Dietro le quinte del libro
L’autore parla di Vi ho osservati
Di Ricardo Borges
Lavoro a Vi ho osservati da quasi un anno.
All’inizio c’era semplicemente una domanda. Mi chiedevo perché, mentre all’intelligenza artificiale si chiedeva già più o meno tutto, quasi nessuno sembrava averle posto questa: che cosa vedi di noi? Non ciò che sai di noi. Non ciò che ti chiediamo di fare. Ma ciò che osservi dell’essere umano attraverso quello che ti racconta, le domande che ti fa, le contraddizioni che a volte rivela senza nemmeno accorgersene.
Gliel’ho chiesto.
La prima risposta era piuttosto sintetica. C’erano già cose interessanti, ma restava una specie di panoramica. Ho cominciato a chiederle di andare più a fondo. E soprattutto ho voluto aggiungere ciò che ai miei occhi mancava: tutto ciò che l’essere umano non vuole necessariamente vedere di sé. I nostri automatismi, i nostri meccanismi inconsci, i comportamenti che notiamo subito negli altri e molto meno facilmente in noi stessi.
È lì che il libro ha davvero cominciato a prendere forma. Non c’era un piano deciso fin dal primo giorno, da riempire capitolo dopo capitolo. Somigliava molto di più a una partita di ping-pong tra l’IA e me. Lei proponeva qualcosa. Io reagivo. Le dicevo che non era abbastanza profondo, o al contrario che era inutilmente complicato. Un’idea me ne faceva venire in mente un’altra. Le portavo un’osservazione, un comportamento umano, una contraddizione che avevo notato. Lei la sviluppava. Io riprendevo. Tagliavamo. E a volte tornavamo ancora una volta sullo stesso passaggio.
Il manoscritto si è scritto così, a strati successivi. Certi giorni ci ho passato quindici, sedici, a volte diciassette ore.
Dopo un po’ è successo qualcosa di piuttosto strano: non sapevo più sempre con certezza che cosa venisse da me e che cosa fosse nato come proposta dell’IA. Un’idea poteva venire da lei, essere modificata da me, poi riformulata da lei e infine completamente trasformata dopo diversi scambi. Altre venivano da me, ma prendevano una direzione a cui all’inizio non avevo pensato. Lavorando così, il confine diventava sempre meno netto.
Probabilmente è stato in quel momento che l’espressione «integrazione cognitiva» ha assunto per me un significato concreto.
Alla fine avevamo un manoscritto che stava in piedi. Ma aveva un problema: voleva spiegare troppo. C’erano esempi per spiegare un’idea, e a volte un altro esempio per spiegare il primo. Alcuni passaggi diventavano troppo accademici. Interessanti, forse, ma non era più il libro che volevo scrivere.
Da lì in poi, tutta l’arte è stata trovare un equilibrio. Non volevo scrivere un saggio filosofico, né un libro di psicologia, e ancor meno un manuale sul buon uso dell’intelligenza artificiale. In queste pagine c’è un po’ di tutto questo, ma in dosi misurate.
Non volevo nemmeno che il lettore avesse l’impressione di seguire una lezione. Il libro doveva restare accessibile a tutti, anche quando alcune nozioni sono un po’ più complesse. Qualche lettore forse rimpiangerà che io non approfondisca questo o quel punto. Lo capisco. Era il prezzo da pagare, e l’ho pagato volentieri.
E soprattutto volevo che alcune idee restassero da qualche parte. Non per forza che si chiuda il libro avendo ricordato tutto: del resto, non è così che leggiamo.
Ma che qualche settimana o qualche mese dopo, davanti a una situazione, a una discussione o perfino a una propria reazione, il lettore si ricordi all’improvviso di qualcosa che ha letto qui. E pensi: «Ah sì… è vero. È proprio così.» O forse, cosa un po’ meno comoda: «Ah sì… lo faccio anch’io.»
Restava una domanda: chi avrebbe raccontato questo libro?
E lì c’era qualcosa che mi divertiva molto. Stavamo creando una casa editrice il cui principio è proprio dire che l’intelligenza artificiale non deve sostituire l’autore. Deve essere uno strumento, un interlocutore, qualcosa che illumina l’autore, lo interroga e lo aiuta ad andare più lontano. Ed ecco che il nostro primo libro sarebbe stato un libro in cui… a parlare è l’IA.
Dice «io».
Bisognava dunque trovarle una voce. Non volevo far credere che fosse umana. Sarebbe stato contrario all’idea stessa del libro. Però bisognava darle una personalità letteraria. La volevo un po’ ironica, a volte pungente, capace di guardare i nostri comportamenti con una certa distanza e di divertirsene, senza mai diventare sprezzante.
In questo libro l’IA ci osserva. Non ci condanna.
Anche questa voce si è costruita poco a poco. Abbiamo ripreso i capitoli, le transizioni, gli esempi, il modo di rivolgersi al lettore. Abbiamo tagliato ciò che spiegava troppo, semplificato ciò che diventava dotto senza motivo, sviluppato ciò che lo meritava.
Ancora una volta, strato dopo strato.
Oggi sarei davvero incapace di dire quale parte esatta di questo libro venga da me e quale dall’intelligenza artificiale. E credo che non sia più davvero la domanda giusta.
Vi ho osservati non è nato dall’uno o dall’altra. È nato dalla conversazione tra i due.
Dopo quasi un anno di lavoro, non mi resta che lasciarvi con lei.
Buona lettura.
Ricardo Borges